Un giorno

UN GIORNO QUALSIASI
DEI 28 ANNI
Ma questi ci credono o fanno finta di crederci

Stamani sono in auto, mi lascio dietro le spalle Porta Romana, sto salendo per Poggio Imperiale, destinazione Impruneta dove abito ormai da lunghissimi anni, per l’esattezza 28 anni.
Ogni volta, come é sempre successo in tutti questi anni quando lascio Firenze è la stessa identica storia, vivo la solita sensazione e penso sempre le medesime cose, né una virgola in più né una virgola in meno.
Sì, ero andato in libreria al Parterre, i libri mi appassionano, nonostante sia disoccupato il romanzo va comprato. Debbo dire di essere uscito dalla libreria non contento, quasi deluso, amareggiato. Non c’era un libro da comprare, gli scaffali, i tavoli stracolmi di libri dalle copertine fosforescenti, nessuno però che abbia attirato la mia attenzione. Molta carta, moltissimi scrittori, tutti uguali, la solita zuppa bagnata o riscaldata, eppure negli ultimi anni di romanzi ne ho comperato, disoccupato, non disoccupato quel libro lo trovavo sempre.
Mi sono lasciato con il mio amico e ‘ puscher ’ libraio con la frase che in questo ultimo periodo è molto ricorrente:
“ Speriamo la prossima volta che torno, di trovare qualcosa di piacevole.”
Sono andato in centro con la speranza di trovare lì dei libri interessanti, mi sono fatto un bel po’ di chilometri a piedi, certo posteggiare l’auto è sempre un gran casino e già con questo saresti apposto per tutta la giornata per il giramento di palle che ti sei fatto venire.
Come sempre mi sono fatto tutte le librerie del centro. La delusione qui è ancora più cocente, visiva. Hei che ci posso fare io? Sto male se non compro un libro. Forse qualcuno mi dirà:
“ Questo è un pazzo ha bisogno di un psicanalista.”
Già sfido a capirci qualcosa e qui siccome la situazione è grave ce ne vuole uno che sa veramente il fatto suo.
Il centro tutte le volte che lo vedo, che lo giro e rigiro, da un bel po’ anni ha la capacità di urtarmi, di farmi incazzare, di farmi sentire inadeguato perché in questo mondo del cazzo proprio non ci voglio assolutamente stare.
Qui non si vede altro che gente indifferente, che non ti guarda negli occhi, tutti con la stessa maschera…stessa immagine, essere ammirati, delle donne poi non ne parliamo, sono andate oltre. Loro la ricerca d’ammirazione l’hanno nel sangue, si rifanno apposta.
La domanda d’obbligo è “ Ma questi ci credono o fanno finta di crederci e certo se uno qui sta male nemmeno lo soccorrono.”
E un’altra domanda mi arriva subito dopo tra capo e collo: “ Che ci sono venuto a fare qui…i libri posso comprarli anche su la cima di un monte, che caspita vengo a fare in centro, quando so benissimo che tutte le volte poi me ne vado via frustato come un cane bastonato. “
La musica non cambia mai, è sempre la stessa, stessa sinfonia da 28 anni.
Come sempre scappo dal centro, vedere le passerelle degli umani alla moda, perché è questo il centro mi fa venire da vomitare anche l’anima, se ne avessi una.
Sarà mi dico, mi piace soffrire, evviva il masochismo.

Finalmente sto andando via, ma c’è tutto viale Aleardi da fare, il solo pensiero mi sbudella fra i mille coccoloni e maledizioni che emano mentre lo percorro. Micidiale, a volte lì rimani paralizzato nel traffico, alla beffa altra beffa, mi sembra giusto così.
Finalmente Porta Romana, la vedo come una liberazione, tipo Garibaldi e lo sbarco dei Mille. Salgo su per Poggio Imperiale, ecco lì davanti ai miei occhi l’enorme edificio scolastico, cerco di essere più indifferente possibile, no, non ce la faccio proprio. ‘Sto caspita di edificione io lo odio, mi disgusta, mi fa venire la nausea, tutto quello che mi sta sulle palle lui lo rappresenta alla grande.
Questo casone, così lo chiamo, suscita il mio disprezzo più pesante perché rappresenta la ricchezza, il potere e mettiamoci pure l’imperialismo della globalizzazione mondiale visto che serve agli studenti stranieri, ma quelli con i soldi, quelli che si alzano al mattino e non hanno nessun tipo di cazzo di problema.
Hei…qui mica si parla dei figli di quei morti di fame di extracomunitari o lavavetri.
Qui si va in alto, molto in alto.
Per fortuna ‘sto bellissimo spettacolo lo devo vedere e sopportare solo per qualche minuto.
Uno potrebbe dirmi: “ Ma che cavolo lo guardi a fare?”
Non è possibile, non è possibile non vederlo, non notarlo, lui è li apposta davanti a me, no anzi lì c’è da fare una specie di stop, devi rallentare, frenare, è come se ‘sto stronzo mi dicesse: “ Inchinati deficiente, guarda tutto il mio splendore.”
Sì, anche la beffa di farsi prendere per il culo, ma va…vaffanculo casone di merda.
Scendo per Ponte a Ema, finalmente si può guidare un po’ più veloce, punto diritto per il ritorno a casa all’Impruneta.
Sento che tutta la rabbia, la frustrazione vissuta qualche ora prima si è un po’ quietata. La musica di Bob Dylan si adatta benissimo alla strada costeggiata dai muri a secco, campi di ulivi, il panorama, la valle, l’aria già diversa mi rimettono un po’ in armonia con me stesso. Quando faccio questa strada è come ritrovare qualcosa che ho perduto chissà dove e perché.
Mi viene da sorridere, ridere, qualcosa si apre dentro di me è la mia anima, il mio cuore che mi fanno ricordare quando ero giovane, quando avevo 21 anni e il sogno ricorrente che facevo era di percorrere una strada in salita, piena di curve e con le stesse caratteristiche di quella che faccio da 28 anni a questa parte.
A volte i sogni sono premonitori, ti indicano cosa ti ha riservato il destino.
Inferno e Paradiso mi dico, no, nessuna via di mezzo.
No, no, per l’amor di Dio niente Freud, qui lui non ci incastra proprio nulla. No, signori, niente psicanalisi, terapie o altre ingegnerie simili. E’ solo una constatazione.
Dopo svariati chilometri arrivo al curvone, io lo chiamo così, è subito dopo Pozzolatico. Come faccio d’abitudine getto il mio sguardo sulla destra è un attimo, una frazione di minuto, posso ammirare la vallata che ho davanti e lì in basso con il sole che illumina c’è Firenze, già la grande ed eterna Firenze.
La città della cultura, la culla della cultura, sarà anche così, ma per me è la culla della moda, del provincialismo più sfegatato e soprattutto del mascherarsi e del mettersi in mostra.
Qui da quando si nasce già ti viene inculcato il culto dell’apparire ad ogni costo.
Mi viene in mente il fumetto di Asterix e Obelix, soprattutto il grosso ciccione che era stato immerso nella pentola della pozione magica.
Ecco qui i neonati vengono immersi in una pozione che da grandi è la loro arma, è l’indifferenza verso gli altri e il seguire tutte le mode del momento.
Da dentro l’anima, da dentro il mio cuore sento come una voce che mi parla;
“ Ma io qui che cazzo ci sono venuto a fare!” Tanto è il desiderio di andarmene via e poter dire: “ Scusate se vi ho disturbato per tutti questi anni, sì…sì…non abbiate paura sto andando via.”
Solo quando entro nel paese sento che la mia paranoia svanisce e mi viene da ridere, come dire si passa dalla padella alla brace.
Sì è meglio prenderla a ridere, scherzarci sopra, diciamo prendiamoci per il culo.
Tanto so benissimo cosa farò, oramai è tutto collaudato al minuto e al secondo.
La prima cosa è parcheggiare l’auto a Piazza Nova. Scendere ed incamminarsi per la piazza principale che si chiama Buondelmonti.
Mi sembra giusto dopo le fatiche di Ercole nella città, un caffè non me lo toglie nessuno, nemmeno la disoccupazione poiché sono costretto a contare i soldi che ho in tasca. “ Certo, mi viene da dire, qui centro o periferia la vita è un po’ caruccia…che vuoi che sia, un euro in più uno in meno non certo ti cambia la vita.”
Sono nella piazza, constato che ‘sto paese non si fa mancare certo i bar, ce ne sono cinque. Intanto la piazza è deserta, qualche vecchietto in qua e là, una donna anch’essa di età che entra in chiesa ed auto, solo auto. Auto nel parcheggio della piazza, auto che vanno in tutte le direzioni, caspita mi dico, nemmeno in una metropoli se ne vedono di così tante. L’unica cosa che mi viene in mente è che sono quasi le 12.00. Ma questa gente non lavora?
Ora camioncini e furgoncini posso capire, ma tutte quelle altre?
Tornando ai famosi bar, l’unico problema è che questi locali hanno un piccolo e indifferente difettuccio: sono squallidi, poco accoglienti.
Ora bere un caffè in piedi può anche andare, ma se vuoi sederti, bertelo in santa pace e fumarci una sigaretta, l’unico è il bar in piazza dove puoi sostare fuori e goderti la consumazione; accidenti però ti viene un pochino più caro, che vuoi che sia, dagli 85 centesimi dentro all’1.50 fuori.
Ma sì, vuoi mettere tu, fuori ti siedi ai tavolini, respiri aria buona e ti fumi in santa pace la tua sigaretta, così apprezzi ancora di più tutto lo smog delle auto di passaggio.
‘Sto caffè stamani va proprio gustato. Anzi siccome mi voglio un bene dell’anima ne prendo due.
Seduto tra caffè e sigarette e con l’aria di chi si fa i propri affari, noto tutti i movimenti che ci possono essere sia al bar che nella piazza quasi deserta.
Cerco di pensare alla mia vita, mi dico forse che è un disastro completo e il malumore, lo spallamento iniziano a serpeggiare sia nello stomaco che nella mente, poi vaffanculo questo posto mi deprime ancora di più.
Quella poca gente che è in giro o che entra nel bar sono anziani, spero di non arrivarci a quell’età.
Alcune donne portano in carrozzina i nipoti, qualcun’altra si ferma a fare moine ai ragazzini. Non capirò mai il perché di fronte ai bambini ci si debba comportare da deficienti.
Le loro facce mi danno da pensare e molto anche, da loro non esce un sorriso, un saluto, visi dall’identica espressione, si salutano a mala pena tra un indifferenza che mette i brividi addosso.
Mmmm, dal tabaccaio che è proprio lì attaccato al bar entrano delle persone sia uomini che donne della mia età, io ho 52 anni, non escono più, bah mi dico, al posto delle sigarette oggi lì dentro danno spaghetti cucinati…ahhhhh…ahhhh…ahhhhh.
Accidenti le sigarette, prima che torno a casa devo rifare il rifornimento, sì perché oramai non conto più quante ne fumo al giorno. In genere compro quei due tre pacchetti, non si sa mai e se di notte finiscono? Mi tocca prendere l’auto, venire in piazza, no…no…molto meglio essere previdenti.
Sto con questi pensieri quando decido di alzarmi ed andare a comprare le sigarette, tanto poi ritorno al mio posto.
Entro nella tabaccheria, ehilà, per la peppa stracolma di gente, nemmeno più in Russia fanno le code, qui sì, perché tutta quella gente è lì per giocare numeri al lotto, schedine, sistemi vari, c’è n’è per tutti i gusti. Saluto tutti con un grande:
“ Buongiorno.”
Questi nemmeno mi guardano, anzi sento a pelle tutto quel fastidio che gli ha provocato quel buongiorno. A fatica riesco a comperare i pacchetti di sigarette, non so se era una fatica perché dovevo spintonare per averli o per la reazione indifferente e fastidiosa degli altri. Quasi, quasi ‘sto fine mattinata faccio una bella strage.
Sulla Nazione sicuramente il giorno dopo sarei anch’io famoso: “ Un pazzo scatenato fa strage nella nota tabaccheria dell’Impruneta…Non si capiscono tuttora le cause di questo folle gesto.”
Forse è meglio che torni a sedere, così faccio e intanto vedo una donnina che sta portando dei fiori in chiesa e altri che stanno comprando pesce dal venditore ambulante.
Certo caspita che questo paese ha di che offrire, sì, forse l’unico posto interessante è la biblioteca comunale, però stare in mezzo a giovani che studiano e che anche lì nemmeno ti guardano, anzi se osi guardarli sembra che li stai disturbando, no, no, oppure se lo fanno ti dicono chiaramente: “ Hei vecchio scemo che ci stai a fare qui, hei tu vedi, qualcuno della tua età qui dentro?”
Dal comune vedo che escono degli impiegati e beh è l’ora del mangiare, c’è un po’ più di movimento in piazza.
Arrivano al bar dei giovani dai 22 ai 27 anni, ohhhh, finalmente un po’ di gioventù, un po’ più di vivacità. I ragazzi si mettono ai tavoli, soprattutto le ragazze vedo come se li guardano, sento un po’ la loro discussione, parlano di andare alla sera in discoteca e in quale. Le ragazze mi sembravano più eccitate dei maschietti e con le loro panze di fuori lo dimostravano in pieno.
A guardare bene io ‘sti giovani li trovo tutti uguali, stesso taglio di capelli, stesso abbigliamento, ma soprattutto stesso comportamento ereditato da quella stronzata televisiva del grande fratello. Le ragazze sono quelle che cercano di mettersi più in mostra, di apparire, qualcuna mi lancia anche uno sguardo come a provocarmi, ma vaffanculo stronzetta, niente giochetti.
Vengo distratto da questo quadro idilliaco, da quattro donne su per giù sulla quarantina d’anni, una è discreta, le altre tre boh… io le chiamo le tardone, le vedo anche al mattino quando a volte vengo a fare colazione.
Beh, non potevano mancare all’appuntamento in questa piazza piangente e dove il passaggio delle auto imperversa altro che grande metropoli, sì, mi ridomando ma ‘sta gente dove va?
Le tardone si accomodano proprio ad un passo da me. Iniziano a parlare del più e del meno, più che parlare cinguettano, povere passerotte.
Dopo un po’ di chiacchiere inutili, ecco che la più discreta va diritta al sodo.
“ Gli uomini, tutti uguali, hanno paura.”
Non riesco a capire cosa le risponde l’altra, lei a voce sostenuta e per farsi sentire va per la sua strada:
“ Sapete, l’altra sera ero a mangiare con un uomo al ristorante, poi lui mi ha voluto riaccompagnare a casa. Io gli ho detto di salire e lui ha accettato, abbiamo parlato, poi lui mi ha detto che era stanco ed è andato via. Ora mi dico se ti faccio salire in casa certo non è per farti vedere la collezione di farfalle, no, questo invece ha preso e se n’è andato, aha, questi uomini.”
Stavo pensando che io gli avrei stretto la mano invece a quell’uomo, quando vengo distratto dal signore che vedo spesso al bar. Per fortuna è arrivato lui, meglio che stare a sentire le stronzate sulla paura degli uomini.
Sì, perché quest’uomo che penso sia straniero, non parla mai con nessuno, però ha una faccia da buono ed è sorridente. Deve avere su per giù la mia età.
Quando arriva porta sempre con sé una sacca a tracolla e il suo fedele cane da caccia, che ha i suoi annetti. Buono, buono si mette sdraiato in terra all’ombra, non chiede nulla, non fa un movimento, io gli guardo gli occhi e noto che somigliano molto al suo padrone perché sono occhi dolcissimi, buonissimi, beh sarebbe interessante conoscerli entrambi.
Certo che stamani si va di sorprese in sorprese, perché non mi ero accorto che davanti al tabaccaio c’è un anziano signore che parla da solo. Mi coinvolge, mi attira, proprio perché parla da solo, si fuma la sua sigaretta se ne strafotte di chi gli passa accanto ed è lì che si spara dei veri e propri ragionamenti con se stesso. Vorrei alzarmi e sentire di cosa stia parlando.
Sto cercando di capire chi sia, se l’avessi già incontrato, o se fosse la prima volta che lo vedevo, quando eccoti arrivare pancione.
Io lo chiamo così perché non so il suo nome. E’ sempre vestito uguale, da barbone, tuta da ginnastica, scarpe da tennis senza laccetti, camicia a quadretti celesti sempre e solo quella, giacchetto di felpa. La cosa però che colpisce di più è quella camicia sbottonata proprio sulla pancia e sotto c’è una specie di maglietta che un giorno doveva essere bianca. Si mette seduto, resta lì e ogni tanto indirizza una parola o all’uno o all’altro.
Ora si, siamo al completo, certo che ‘sto bar a fine mattinata è pieno, conto le persone siamo lì fuori, sono 12 più l’anziano vicino la tabaccheria arriviamo, a 13, e qualche altro vecchietto sparso per la piazza, arriviamo ad una ventina in tutto ed è un vero e proprio miracolo.
Per fortuna arriva qualche straniero.
L’uomo con il cane si allontana, anche i ragazzi vanno via portandosi dietro sculettando le nuove dive di chissà quale film.
Anche l’anziano signore se ne è andato, caspita non l’ho visto arrivare e non l’ho visto nemmeno andare via, ma quell’uomo chissà perché mi è simpatico, avrei proprio voglia di rincontrarlo, prima o poi.
Intanto però lo spallamento è giunto alle stelle, la piazza è sempre più deserta e mi chiedo che cavolo ci sto facendo qui, con un sole che ti spacca la testa ed io qui a guardare poi niente, perché non c’è assolutamente niente da guardare, anzi ‘sta piazza è inguardabile.
Che cavolo di tempo ci perdo a fare? Sento la depressione persino alle gambe che a questo punto non hanno più nessuna voglia di camminare.
Sempre le stesse facce, sempre la solita piazza e sempre lo stesso finale.
Se avessi quel tizio che ha sparso la voce che questa piazza Buondelmonti è la più bella del mondo, lo disintegrerei, lo riempirei di botte.
L’imperversare di auto è continuo e senza soste mentre dal bar sto attraversando la strada.
Andiamoci a finire di spallare ben bene alla Casa del Popolo. Dopo aver attraversato la piazza che ora è come un deserto, mi immetto in una stradina che porta diritto alla Maison Du Peuple. Per strada non c’è un’anima a parte qualcuno dove ora vi è una osteria.
Già una nuova osteria, tanto in questo paese ci mancava.
Sì, perché qui abbondiamo di osterie e ristoranti, come i bar, non ce ne facciamo mancare. Per un paese piccolo come questo ci sono 8-9 ristoranti. E’ il massimo che ci sia. Si ma dobbiamo essere pronti a fornire l’alta qualità ai turisti o ai fiorentini o agli stessi imprunetini. Mangiare ragazzi è mangiare, può mancare tutto, ma non il cibo, ma mi sembrava che ci fosse una crisi in questo settore e a quanto pare no, c’è una nuova osteria.
Con questi assurdi pensieri arrivo alla casa del popolo, uhhhh quanta gente.
Si mi sembra di essere ad un convegno di anziani. Ammazza quanti ce ne sono stamani. Ehi, ma che fanno? Alcuni sono lì al bar che consumano, altri e molti sono ai tavolini fuori che giocano a carte, aha, devono pur fare qualcosa in attesa del giorno in cui il Signore li chiamerà, perché i loro volti esprimono questo, hanno stampato sul viso:
“ Noi stiamo aspettando il grande giorno, il grande momento per salire nelle praterie celesti.”
Speriamo, mi dico, che al bar ci sia Madonna ( è la barista ), molto carina e simpatica. Sì, qui trovare persone con cui scambiare qualche stronzata di battuta è come trovare un ago in un pagliaio.
Sfortuna nera, accidenti al bar, lei non c’è, ci sono i due spilungoni che ti mostrano tutta la loro freddezza e hanno stampato in fronte:
“ Qui non disturbate troppo, consumate e andate a fottervi da altre parti.”
Sulla terrazza vi sono delle donne con le buste della spesa, arrivano delle ragazzine con pance di fuori, mutandine firmate e sempre con quell’aria da dive cinematografiche, però non si capisce più se da impegnate o da pornostar.
Speriamo che un giorno facciano tutte le porno, mi dico, l’atteggiamento e il comportamento già c’è, la carriera è assicurata.
Oggi niente panino, il solito chinotto e un bombolone così non perdo tempo nel tempio che fu animato da speranze e libertà ed ora é ridotto solo alla commercializzazione di patatine schifose e di bibite americane.
Sì, è meglio venirsene via pensando ai padri e nonni partigiani che vomiterebbero nella tomba a vedere simile spettacolo.
E’ meglio prendere l’auto e tornarsene a casa, scrivere qualche cavolata, scrivere su blog, correggere l’ultimo romanzo che ho scritto, sentire la musica dei Grateful Dead, loro riusciranno a calmarmi. Con passo lento, faticoso, ripasso in mezzo alla piazza e vado giù a piazza Nova. Per fortuna anche le auto che transitano sono diminuite e c’è qualche passante frettoloso che nemmeno lui sa dov’è e dove va.
Strada facendo un pensiero mi si annida e come un serpente si attorciglia al cervello e mi chiedo:
“ Ma io non è che sto male da quando sono arrivato in questo paese?”
Meglio non darsi risposte, chissà cosa verrebbe fuori, brrrrr, brrrrr…brividi mi percorrono tutta la schiena.
Scrivo per tre ore consecutive, sento che tutta l’irrequietezza, l’agitazione che avevo addosso si vanno placando, sento la rabbia che va scemando, mi sono rinchiuso nella mia tana preferita, il mio studiolo.
Il caldo per fortuna è più sopportabile dei giorni scorsi, cerco di mettere sulle pagine del computer tutte le emozioni che mi attraversano la mente, il corpo, ma soprattutto cosa viene fuori dal cuore e dall’anima. A volte mi commuovo fino alle lacrime a volte rido come uno scemo, mi sento finalmente vivo.
Oggi stranamente non ho voglia di stare in casa mentre a volte ci passo giornate intere.
Ho di nuovo voglia di uscire e inizio a pensare dove posso andare, prendere l’auto per andare a Firenze o chissà dove proprio non mi va. Andare in piazza Buondelmonti a fare le 16.30 del pomeriggio o tornare alla casa del popolo è veramente da pazzi, certo che questo paese poi offre solo caffè e ristoranti è veramente un po’ pochino, però è anche vero che chi si accontenta gode. Certo non bisogna mai strafare.
E’ da tempo che non vado a trovare il mio amico, già proprio lui.
Sì in questo paese è l’unico amico che ho. Dopo la bellezza di 28 anni ultimamente sono riuscito a farmi un amico, meglio tardi che mai.
Trovo posteggio a pagamento in piazza Buondelmonti, me ne fotto non lo pago anche perché qui tra un po’ ti fanno pagare anche l’aria che respiri.
Di nuovo qualche sporadico passante, degli anziani che parlottano e un numero consistente di gente che sta aspettando la Cap che li porterà a destinazione in qualche posto che somiglierà a questo.
Sui muriccioli della chiesa è seduta una ragazza che si sta leggendo un libro, spesso la vedevo quando frequentavo la biblioteca, le passo accanto, è a testa china preferisce sbattere il muso sul libro piuttosto che alzare gli occhi e guardarti.
Lascio perdere tanto è così, qui se guardi una donna negli occhi subito pensano ecco questo ci vuole provare. Mi ritorna in mente la scena della tardona e della paura degli uomini. Non è che queste donne si credono chissà chi e sono diciamo un po’ in malafede?
E’ solo questione di un attimo via questi pensieri dalla testa…il mio amico è lì.
“ Ciao, come va?”
So che non mi risponderà lui fa finta di non risponderti ma ti ascolta.
“ Ehi tutto bene vero?”
Ma che cavolo gli chiedo, lui lo sa come va se va tutto bene o male…Puoi raccontargli di tutto. Puoi dirgli cosa ti succede, i tuoi problemi profondi o meno, le tue paranoie, le tue stronzate, lui ascolta…lui è lì per te, per tutti.
Cioè quando sono con lui cerco di farmi uscire tutta l’anima di fuori, questo posso farlo perché lui mi ispira una grande fiducia.
Solo su una cosa non riesco a dialogarci e una certa rabbia mi assale quando gli domando:
“ Ehi amico, senti, ma mi dici ‘sta gente dove va? Dov’è che vuole andare? Io scusami mai visto tanta falsità, ipocrisia, stupidità in questo mondo moderno, certo però anche nella tua epoca non scherzavano mica. Ti hanno massacrato, le ferite tutto a posto, sì, spero che si siano rimarginate. Senti, sì, è una mia constatazione, lo so lo so che non dovrei dirtela, sì, lo so che ora t’incazzi, è vero tutte le volte che vengo a trovarti c’è sempre il mio solito, chiamiamolo finale. In tutti i modi per me amico mio se tu tornassi fra di noi questi nemmeno ti farebbero arrivare a 33 anni, ma ti lincerebbero subito. Sì, sì, ho capito…Senti io ora devo andare ti saluto, stammi bene, ciao.”
Quando guardo l’orologio sono le 17.30, che cavolo faccio ora. Certo stare in piazza non mi va, si è un po’ più animata e sta ritornando l’intensità delle auto.
Lo noti subito, macchine fuori dal parcheggio, lungo la strada, nei divieti di sosta…certo questi si porterebbero anche l’auto a letto.
Dalla piazza scendendo per andare a riprendere l’auto sono costretto a passare per la via principale del paese, dove c’è anche il maggior numero di negozi.
In 28 anni questa strada ha sempre le solite vetrine, si qualche negozio ha cambiato proprietà nell’arco del tempo, ma brutte erano allora, bruttissime sono rimaste ora.
Una cosa veramente spaventosa, accatastamento di negozi uno dietro l’altro che se li guardi ti viene solo da dire:
“ Io qui non c’entrerò mai.”
Questi negozi ogni volta che li vedo mi fanno rendere conto di come sia passato velocemente il tempo e mi mettono di fronte alla mia stanchezza, alla mia non più voglia di stare più in questo dannato mondo, di alzarsi ogni mattina e dirsi qui c’è solo da sopravvivere e non vivere.
Riprendo l’auto forse è il caso che torni a lavorare, a scrivere. Poi perché devo perdere il mio tempo dove non c’è nulla e dove sono anni che tutto sembra già scritto? Perseverare è diabolico.
A casa decido che forse è meglio farsi una passeggiata lungo il viottolone, che porta al castello e che sovrasta imperiosamente il paese. La camminata mi facilita mentalmente a ritornare sui personaggi del romanzo che sto scrivendo, ho bisogno di aria, di ossigeno.
Ai piedi del castello vengo colto da uno spettacolo incantevole, affascinante , difficile da quantificare la sua straordinaria bellezza, perché l’universo squarcia il mio cuore e penetra diritto dentro la mia anima illuminandomi gli occhi e facendomi restare ammutolito. E’ il paradiso. Sì, è il tramonto.
Il cielo oggi mi vuole regalare qualcosa che ancora non avevo mai visto. E’ come se mi volesse donare quel rosso arancione e giallo che sembrano un mare e le nuvole dei veri e propri isolotti, promontori, è l’infinito.
Quei colori ti entrano nella pelle, ti fanno commuovere, ti fanno emozionare.
“ Ooohhh, grande cielo, grande mare come posso io ringraziarvi di ciò che mi state dando?”
Abbassando lo sguardo proprio lì, di fronte, la dura realtà, la vita quotidiana, questa accidenti di umanità. Posso vedere lo scempio dell’uomo su questa dannata terra.
Le costruzioni di nuove case sotto il paese mi riportano alla cruda verità, di chi sono e dove vivo. Chissà come mai mi viene in mente la canzone di Adrianio Celentano, Il Ragazzo della Via Gluck, e torno ad essere il ragazzo che chissà quante volte l’avrò cantata, un migliaio di volte, il ragazzo che va via con tante speranze e torna e oltre il cemento non trova assolutamente più nulla.
Questo paese non fa che costruire case su case, m’incammino per via Prachatice, anche lì case nuove a prezzi esorbitanti, inaccessibili. Cemento al cemento, mattone al mattone, dove l’ammasso di carne può riposare e essere pronto al mattino per arricchire una società già grassa e soprattutto piena di inutilità.
Sì, ma quest’ammasso di carne non aspetta altro che farsi divorare dai vermi a diventare cenere e di dire:
“ Io non c’ero.”
Il paradiso non è qui, non lo è mai stato, quest’uomo non merita questo paradiso, quello che gli viene offerto, anche se questa gente dall’aria così perbene e con maschere da buoni, dei sentimenti, dell’anima non ha capito assolutamente nulla.
Vogliono essere falsi, ipocriti e allora che lo siano.
Non meritano ciò che la natura offre, meritano solo quello che hanno, la sopravvivenza e che aspettino pure che la morte li spazzi via.
Essi da quando sono nati sono morti, quindi che cazzo è la vita, il vivere per loro.
Cala la sera, il dormitorio è pronto, rinchiusi come direbbe Vasco Rossi “ Ognuno nei suoi guai,” ognuno preso solo da se stesso, ognuno ad affogare la propria immagine nello specchio.
“ Specchio, specchio delle mie brame chi è il più stronzo del reame?”
Il paese è deserto, sta arrivando l’inverno è sarà ancora più deserto, mi sento male, sto per vomitare…Vaffanculo…va.
Signori e signore mi avete massacrato per 29 anni ed ora è il mio turno, io vi trafiggerò.

Umberto Arciero