Romanzi e Racconti

 

 

Recensioni:

 

Dentro di noi ognuno crea dell'arte

 

e l'arte non si vende e non si compra.


Non puoi vendere l'anima

 

e nemmeno comprarla.


 

QUESTO E' IL MIO TERZO ROMANZO...

NON APPARIRA' MAI IN LIBRERIA...

LA MIA ARTE NON SI PAGA...

COME MI INSEGNANO I MIEI FRATELLI ROSSI, QUANDO DAI QUALCOSA NON CHIEDERE MAI UN RESOCONTO.

 

LA BALLATA DI JOHNNY


JOHNNY VOLEVA SOLO SERVIRE LA SUA PATRIA

CREDEVA IN QUELLO CHE LA SUA PATRIA GLI DICEVA E GLI CHIEDEVA,

ERA PRONTO, NON SI CREDEVA UN EROE, VOLEVA SOLO

SERVIRE LA SUA NAZIONE.

PENSAVA SOLO A COSTRUIRSI UN FUTURO CHE NON C'ERA.

PENSAVA AL SUO GIORNO DI GLORIA QUANDO SI SAREBBE SPOSATO E

A QUANDO GLI SAREBBE NATO IL SUO PRIMO FIGLIO.

NON SAPEVA CHE OLTRE UCCIDERE IL NEMICO AVREBBE ANCHE UCCISO UOMINI ANZIANI, DONNE E BAMBINI.

TUTTI ANDARONO A SALUTARLO E A FELICITARSI

CON LUI PER QUESTA SUA GRANDE SCELTA.

C'ERANO I SUOI COMANDANTI

I SUOI GENITORI

LA SUA RAGAZZA

I SUOI AMICI

JOHNNY FU FELICE QUEL GIORNO CHE TUTTI

ERANO LI' FESTOSI A SALUTARLO

JOHNNY NON AVEVA PAURA, LA NAZIONE,

LA PATRIA ERA DA SERVIRE

NON VIDE LA PALLOTTOLA CHE IL

CUORE GLI FRACASSO'

TUTTI PIANSERO AL RITORNO IN PATRIA,

PIANSERO I POLITICI

PIANSERO I GENERALI

PIANSERO I GENITORI

PIANSE LA SUA RAGAZZA

PIANSERO GLI AMICI.

UNA GRANDE CORONA D'ALLORO FU POSTA

SULLA SUA TOMBA

MA BEN PRESTO POLITICI E GENERALI SI DIMENTICARONO

DI JOHNNY

C'ERA UN ALTRO JOHNNY A SOSTITUIRLO

E COSI' FU LA VOLTA DEGLI AMICI A DIMENTICARLO,

A DIMENTICARLO FU ANCHE LA SUA RAGAZZA

INFINE ANCHE I GENITORI SI

DIMENTICARONO DI JOHNNY.

LA SOFFERENZA E IL DOLORE SPINGONO ALLA VITA.

LA CORONA D'ALLORO NON C'E' PIU'

SULLA SUA TOMBA

E SULLA SUA LAPIDE ORMAI SBIADITA

UNA SOLA FRASE CHE SI LEGGE A MALE PENA

JOHNNY RAGAZZO DI VENT'ANNI MORTO IN GUERRA.

 

 

 

 

 

SCRIVERO' I MIEI RACCONTI STORIE ANCHE QUI, IN PRATICA SCRIVO ANCHE SUL BLOG, MA CHE NON VENGONO PERSI COME MI E' SUCCESSO TRE ANNI FA CHE PER UN MIO ERRORE CANCELLAI TUTTO. LA DIFFERENZA QUI E' CHE LA STORIA L'HAI DALL'INIZIO ALLA FINE. SUL BLOG APPARE UN PO' SPEZZETTATA. IO SCRIVO QUANDO HO VOGLIA, NON MI INTERESSANO LE CASE EDITRICI, NON MI INTERESSA PUBBLICARE LA MIA " ARTE " A SPESE MIE. NON HO NESSUNA PRETESA, HO PUBBLICATO 2 ROMANZI, SONO RIUSCITO A RIFARMI I SOLDI SPESI PER POTERLI PUBBLICARLI. E' DA STUPIDI PUBBLICARE DOVENDO PAGARE LA CASA EDITRICE. IO SE LORO VOGLIONO MI CHIEDONO IL PERMESSO E SOPRATTUTTO CHE SIANO LORO A PAGARE. QUI E' TUTTO GRATIS, NON C'E' IL FAMIGERATO COPYRIGHT.

LA MIA ARTE APPARTIENE A TUTTI.


LA VERA STORIA DI ROMOLO E REMO, UNO DIVENNE RE INVECE L'ALTRO INVENTO' LA BEAT GENERATION ROMANA E PER QUESTO FU UCCISO.


PREFAZIONE.
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Molti ricorderanno che quando scrivevo " le vere storie " c'era un collegamento tra me e i lupi del Parco Nazionale D'Abruzzo, Lazio e Molise.

Una volta si chiamava semplicemente Parco Nazionale d'Abruzzo ora lo hanno allungato che quando nomini a qualcuno il nome del parco, questi già è lontano chilometri.
Bando alle ciance, non è questo il punto. Invece il punto è che in questo parco vi è una grotta nascosta, nessuno sa il punto preciso dove lei colloca, lo sappiamo solo io e i miei fedeli lupi. Sì, i lupi sono anni che fanno la guardia alla grotta.
Qualcuno mi dirà e che mai ci sarà in questa grotta?
In questa grotta c'è un enorme computer, passano gli anni, ma lui è sempre ultra moderno, puoi mettere tutta la grandissima tecnologia che vuoi insieme non riuscirà mai a superare la grandezza del computerone nella grotta.
Ora sono anni che non mi collego con i Lupi e penso che siano abbastanza arrabbiati con me, prima o poi sento che arriverà una telefonata da parte loro.

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PREAMBOLO: E' possibile che in questa storia ci siano mano a mano delle correzioni e dei cambiamenti, beh vedremo. OGGI L'INIZIO, MA NON SO QUANDO LA FINIRO'.
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I CAPITOLO:
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Ci risiamo, la telefonata.
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Driiinnn-driiinnn-driiinnnnnnn.
Pronto, sì chi è?
Dall'altra parte del filo:
Te credo che non ci riconosci più, non riconosci nemmeno più i tuoi lupi.
Non so cosa dire, rimango un po' di sasso, anzi per la verità, non riesco nemmeno a tirare fuori una parolina che mugugno:
Aha.
Aha che, Aò c'hai abbandonato, sei n'infame, sei un cialtrone, Aò che hai abbandonato i tuoi brothers, fratelli?
Cerco di prendere respiro, so che qualsiasi scusa metto, non reggerà in piedi, non posso che dire la verità.
Sì, è vero, c'avete ragione, non ho scuse da inventarmi, ho passato un momento di crisi, non riuscivo a scrivere nemmeno più mezza frase. Mi sono dedicato ad altre cose in tutto questo periodo, francamente i giorni passavano ed io me la ragionava con: " E' tutto scritto che c'è da inventare di nuovo? E poi tanto le case editrici non ti cercano nemmeno morto, la lobby delle case editrici la conosciamo tutti come è fatta e quindi non avevo più nessuna voglia di mettermi qui al computer a write cioè a scrivere.
Vedi anche ora sono in crisi non ho personaggi nella mia mente da far giocare.

Fermati n'attimo e statte zitto, noi lupi ti perdoniamo, perchè poi sappiamo cosa hai fatto e questo ti lode, sappiamo che ti sei impegnato con dinamiche come il carcere, gli indigeni, i nativi americani, e siamo fieri di te.
Che fate mi volete far piangere?
Noooo, vogliamo na storia, vogliamo che tu ci racconti na storia.
Ma, ma non ho personaggi.
Ok non hai personaggi, inventane uno, puoi incomincià con un Re, un Imperatore, Un guerriero, uuuhhhh, che hai paura a trovare un personaggio?
No, no, non è questo il problema è che rimettersi a scrivere vuol dire far lavorare il cervello.
Ascolta non fai un Kaiser dalla mattina alla sera, sei disoccupato, che vuoi che ci si incazza come ha fatto il tuo dottore dell'epatite C?
Pure questa sapete, a voi non vi sfugge nulla.
No, non ci sfugge nulla. Non cambà discorso, volemo la storia. C'è er computerone che se sta ad arruginì...
Ok, ma che scrivo?
Aò, se vuoi un aiutino, lo sai che noi siamo a disposizione.
Va beh, allora dimmi una lettera e vado a trovare il personaggio.
La lettera è,è,è,te va bene la lettera R?
La lettera R...La lettera R,R,R,, ci sono, ci sono: " La vera storia di Romolo e Remo, ohhhhh, posso riniziare a scrivere con questa storia.

Sento dall'altra parte che non giunge risposta.
Ehi, lupacchiotti che succede ora? Perchè non mi rispondete?
Aò, n'artro nome no? Aò, devi per forza parlare di noi artri?
Volete una storia, se la volete bene, altrimenti amici come prima.
Va beh, va beh, poi i conti li facciamo dopo.
Che fate minacciate?
Nooooooooo...
Ok posso partire con la storia.

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II CAPITOLO.
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LA NASCITA DI TUTTO E TUTTI-I PIANTI

In un'infinita pianura c'erano si o no una diecina di casette, fatte alla male e peggio di paglia e legname, non si sa per quale miracolo stessero lì e in piedi. La pianura era costeggiata da sette colli. Per quella poca gente che ci viveva a secondo dei giorni diventavano 8/9 o diminuivano 5/6.
Infatti un contadino che quella mattina non si svegliò tanto bene: " Aò, me so stufato de contà sti colli. E mica ce voglio uscì scemo!"
Sì, perchè l'unico svago di quella povera gente era contare i colli. Chi ne vedeva e ne voleva di più e chi ne vedeva e ne voleva di meno. Infatti quelle poche persone incominciarono a dividersi in due fazioni. I molti erano per vedere più colli i meno ovviamente erano coloro che ne vedevano meno.
Dapprima incominciarono i vari sfottò, poi si passò alle mani e infine l'odio e dispetti molto, ma molto pesanti.
Infatti una mattina un contadino andò a bruciare la casa di un suo oramai nemico:
" Aò Nerone ancora deve arrivà, mo' ti sistemo io."
Questo odio tra loro durò fino ad una notte molto tardi, quando da uno dei colli si sentirono dei vagiti, dei pianti. Dapprima pensarono che fossero gatti, uscirono tutti dalle loro casupole:
" Aò, a li mortacci loro e sti gatti infami, io domani c'ho da alzarmi presto e sti zozzi si son messi a miagolare."
" Aò, anch'io c'ho da arzarmi presto, devo annà a vedè se trovo quarche bella fanciulla che me voglio sposà."
" Aò, a matto", gli gridò un altro e aggiuse:
" Che te vai a girà, mò tra poco annamo a rubà le donne più sù de ste quattro case."
" Aò, giovanotto, vacce ora che sto rapimento avverrà tra anni e poi andrà a buca perchè quei figli de bona donna metteranno le oche per avvertirli che sta arrivando er nemico."
Tutti si voltarono perchè a parlare fu il vecchio saggio e la sua parola valeva moltissimo.
" Il vecchio con la lunga barba e capelli bianchi continuò:
Poi bicolfi che non siete artri questi lamenti non sono gatti è ben artro."
Gli occhi delle persone si sgranarono ancor più dentro gli occhi del vecchio.
" E che è allora?" mormorarono tutti all'unisono.
Il vecchio che tutti considerano il mago, il grande maestro:
" Questa notte, in queste tenebre, è nata la nostra grande storia che porteranno ste 4 case ad un'immensa città e nel tempo sarà la capitale de tutto er mondo. Qui, in questa notte, qui in queste tenebre, io oso dire che tutte le strade di questo mondo porteranno a Roma."

In un gruppo si sa non può mai mancare quello che ha il ruolo dello strafottente, del beffardo e ironico.
Quardò il vecchio dritto negli occhi come per sfidarlo e disse:
" Aò, ecco ste 4 case le chiamiamo Roma, meno male perchè qui, io fino ad oggi le chiamamo le case de morti che camminano, ortre a lavorà e a scopà per fa figli non se fa artro qui, sì, aspettamo tutti che la morte ci venga a prendere."
Il vecchio quasi lo fulminò con gli occhi, sapeva che più veniva deriso e più acquistava forza che lo sbruffone dovette abbassà gli occhi.
Il vecchio però tirò diritto:
" Annate a dormì, perchè qui da domani mattina verrà molta gente a vedè e sentì sti vagiti. Non abbiate paura di questi pianti, quando il sole domani salirà capirete che cosa è successo."

ROMOLO E REMO.

 

II CAPITOLO

LA NASCITA DI TUTTO E TUTTI-I PIANTI.

In effetti il vecchio ebbe ragione, perchè già alle prime luci del cielo incomiciò ad arrivare molta gente. Da quattro case che c'erano ben presto la pianura diventò un paesone e più in là assunse l'aspetto di una cittadina.
Il nome era stato trovato: Roma e il solito rompiscatole aggiunse: " Non fa la stupida stasera " che poi diventò negli anni avvenire un canzone famosissima, quasi un inno.
Chiaramente più il paesone diventava grande e più le due fazioni si contrapponevano sia a sfottò e sia per mani.

Quando i genitori dovevano andare a lavorare non sapendo dove lasciare i bambini inventarono la scolarum in pratica sarebbe stata la nostra scuola di oggi.
Per la strada si potevano notare persone a parlare, furono inventate anche le bettolum, dove gli uomini giocavano a dadi e soprattutto bevevano vino che veniva da un colle denominato I Castelli. La specialità di questo colle era proprio il vino bianco. Certo non c'era da scherzare con questo bianco, lì per lì ti faceva sentire un leone, ma poi ti faceva ruzzolare per terra che non ti alzavi più.

In tutto questo francente propro dai colli dove provenivano i vaggiti, i pianti qualcuno non era proprio contento, anzi era proprio incavolato nero. Reggeva, reggeva, e reggi oggi e reggi domani alla fine scoppiò:
" Aò a lupa che so figli mia questi due?"
La lupa lo guardò a incenerirlo:
" Aò, era l'ora, era l'ora che tu parlassi, eh?"
" Aò, t'ho fatto na domanda, mica t'ho morso."
" Aò e che domanda sarebbe questa?"
" Come che domanda è questa, è così semplice."
" Eh sì, è semplice, perchè c'avemo quarche dubbio?"
" Aò, questi due la coda non ce l'hanno, er muso allungato non ce l'hanno, quattro zampe uguali alle nostre nemmeno, non c'hanno peli a che devo pensa' io? Aò me la vuoi da' na cencia de spiegazione?"
" Aha, finarmente, aha finarmente parli, so' du mesi che fai il muso duro, aha finarmente, aha finarmente venimo ar nocciolo."
" Aò, me risponni o ce giri intorno?"
La lupa per poco se lo mangiò:
" Aò so figli tua, sissignore er caro lupo mia, so figli tua."
" Aò ma che me stai a piglià in giro?.
" Aò, me conosci da na vita e che te voglio piglià in giro secondo er tuo cervello de coccio annato anche in frantumi."
" Aò, che fai incominci anche a insultà, Aò io voglio na spiegazione "!
" E va bene ar mio principe lupo, mo' te la do la spiegazione, anvedi Aò, quella sera che hai voluto fa all'amore e volevi farlo e volevi farlo...uhuuuuuuu, se volevi farlo, t'eri drogato da fa schifo e sicuramente avrai avuto le visioni, che non volevi due lupacchiotti, visto anche i tempi che corrono che ce vogliono elimare tutti, hai pensato che forse era meglio mettere a sto mondo du belle creature.
Te va bene ora sta storia amo' mio?"
Il lupo capì che non c'era nulla da fare, capì che la verità non l'avrebbe mai avuta, si girò e disse:
" Aò, se becco quello che t'ha messo incinta me lo magno vivo vivo."
" Aò, allora incomincia a magnarti da solo, teta de coccio. E sta attento a non farti male."
Il lupo se ne andò, ma poi piano piano incominciò anche lui ad affezionarsi alle due creature, che appena diventarono un po' più grandicelli gli insegnò la vera sopravvivenza.

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TERZO CAPITOLO

SOCIALUM SERVIZIUM ( CHE POI NEGLI ANNI SI CHIAMERA' SERVIZIO SOCIALE ).

E venne il giorno dell'addio. I gemelli incominciavano ad essere ragazetti, in quel periodo oltre ad esserci una grande crisi economica che portava alla fame senza ritorno, vi era una grande caccia contro i lupi.
Vennero banditi i lupi a chi ne uccideva gli veniva data una taglia in favori e soprattutto in localozioni di terra che uno disse:
" Aò, che me ne faccio con la terra se poi non c'ho un becco di un soldo per comprà le semenze."
Un'altro gli rispose:
" Aò che te frega, hai sempre un po' de terra, la lascerai ai tua figli che ce vedranno cresce l'erba."
La taglia non era uguale per tutti i lupi infatti se il lupo era maschio veniva pagato in mangiare per un mese e pezzetto di terra, se invece si trattava di una lupa solo mangiare per un mese e se erano cuccioli il mangiare era solo per una settimana.

Il lupo con sua lupa chiamò i due ragazzi e senza preamboli ma commosso:
" Ragazzi, noi siamo in pericolo, gli uomini sono delle furie contro di noi, ci odiano e ci massacrano solo per il piacere di farlo."
I ragazzi ascoltavano in silenzio quello che gli veniva detto. Romolo con forza trattenne tutta la commozione, mentre sul viso di Remo spuntarono delle lacrime dagli occhi lucidi che aveva.
La differenza nei gemelli consisteva che Romolo aveva organizzato il suo cervello e fisico sulla forza:
" Aò, se so' er più forte diventerò re."
Remo aveva organizzato il suo cervello e corpo nell'intelligenza, nella conoscenza e soprattutto alla ricerca del nuovo.
Spesso quando giocavano a vincere era sempre Remo che nel tatticismo era insuperabile.
Romolo rodeva come un sorcio che rosica il formaggio e tutte le volte che perdeva la metteva in rissa e si legava al dito la sconfitta:
" Tanto prima o poi farai na brutta fine, nun te lo scordà."

" Sì, ragazzi le nostre strade si dividono, si dividono per la malgità degli uomini, per l'egoismo che essi hanno, per il loro cervello malato. Non vi possiamo portare con noi e poi è giusto che voi tornate a vivere in mezzo alla gente."
Remo disse:
" E io dovrei vivere in mezzo a questa miseria, squallore degli uomini? Non ci penso proprio."
" Remo, figliolo è così, questa è la legge della natura." A rispondergli fu la lupa.
" Aò, tanto me possono rompere fino a che non sarò Re, poi li faccio fuori tutti. Com me c'hanno poco da scherzà."
Il branco di lupi si allontanò lasciando i due gemelli al nuovo destino.
Una volta soli Romolo disse:
" Aò e mò che famo?"
" Aò, che famo? Annamo tra gli uomini e poi tu non vuoi fare il Re, per ora sei solo er Re della foresta e de sti cespugli."
" Aò, a Remo sai che te dico, che tu camperai poco."

Quando la folta folla vide arrivare i due gemelli, incominciarono a non capirci più nulla. Tutti volevano adottare i due ragazetti:
" Aò, so' miei."
" Aò che tua e tua, l'ho visti prima io."
Nel paesone diventò una caciara disumana, incominciarono a sbucare forconi e bastoni.
Quando uno che stava a fare una penichella, ( una dormitina ) scocciato da quel gran baccano:
" Aò, aha mbecilli e li mortacci vostra anna a chiedere un consiglio al vecchio che state a fa tutto casino. Aò, io devo ancora dormì."

E così fu fatto. Davanti alla baracca che non sapeva nemmeno lei come si reggeva e oramai non più adeguata ad essere lì si radunò tutto il paesone.
" Che volete voi artri."
" Avevo un problema vecchio."
" Beh, perchè non lo risolvete da voi artri."
L'uomo che aveva parlato per primo, non sapeva che rispondere al vecchio, però sapeva che cosa desiderava fargli, strozzarlo.
" Aò ascolta vecchio, qui stamani so' apparsi sti du ragazetti e ce le stemo a suonà per chi deve portarseli a casa."
" Lo so."
Ora non voleva solo strozzarlo, ma farlo anche a pezzetini.
L'uomo oramai furioso:
" Aò e se lo sai che me fai a fa a parlà, Aò allora sei de coccio che non vuoi rispondere, trovà la soluzione der problema. "
Il vecchio non si scompose i suoi occhi erano di ferro solo quando vide Remo le sue labbra si schiusero per lasciar passare un tenero sorriso.
" Signori, fate una commissione e una volta fatta sarà la commissione a decidere a chi dare i du ragazetti."
" Aò, ohhhh, e ce voleva così tanto per risponne."

Non ci voleva così tanto per rispondere, ma al problema dei gemelli subentrò il problema della commissione, chi doveva far parte della commissione?
Già chi ne doveva far parte?
Si stavano di nuovo ad accapigliondosi, ecco che risbucarono fuori i forconi, le zappe e i bastoni.
" Aò, fate na votazione, che siano le persone ad eleggere i loro rappresentanti, lo diceva anche Aristotele questo."
" Aò, e chi è sto Aristotele, che se magna?" Urlò uno dalla folla. Ovviamente non ebbe risposta.
Romolo che aveva assistiro a tutta questa commedia sottovoce disse al fratello:
" Aò, tutto sto casino per decide dove anna a dormì stanotte, quanno sarò er Re decido io e basta."
Il vecchio spiegò loro come votare, intanto il paesone si doveva dividere in quartiere e siccome la maggior parte della gente non sapeva ne leggere e tantomeno scrivere furono messi degli orci colorati in mezzo alle piazziole dei quartieri.
Ogni quartiere poteva eleggere 4 responsabili della commissione. Ad ogni persona veniva dato un cartoncino colorato che lo depositava dentro l'orcio dello stesso colore.
Alla fine e con tutto questo bel casino venne fuori una commissione fatta di una ventina di persone.
" Aò e mo' come la chiamiamo sta commissione?"
Vennero fuori tanti di quei nomi che ad elencarli tutti ci vorrebbero 10.000 pagine per scriverli tutti.
E così tornarono dal vecchio, il quale stufo di loro senza che aprissero bocca disse:
" Aò, chiamatela Socialum Servizium e mò togliteve de torno."
Il nome piacque e così la commissione per tantissimi anni si chiamò Socialum Servizium, poi la storia si sa non si ferma mai, non può fermarsi è come il tempo, gli anni.
Nessuno può fermare la storia, gli anni e il tempo che passa.

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TERZO CAPITOLO

SOCIALUM SERVIZIUM ( CHE POI NEGLI ANNI SI CHIAMERA' SERVIZIO SOCIALE ).

La commissione ebbe il suo bel da fare. Tutto venne buttato in caciara, cioè in urli, bestemmie e sfottò, anche i due gemelli assistevano a questa ressa e fu proprio Romolo a sbrogliare la matassa.
Si alzò e con grande voce:
" Aò, bifolchi stateme a sentì, io qui tra quarche anno divento Re e tutte ste pagliacciate finiranno, solo na cosa ve devo di, che dovete decidere bene dove devo anna a stare, perchè io mi ricorderò de voi artri de ste belle facce che c'avete."
Un fremito di paura attraversò tutta la sala, molte schiene sudarono freddo. Gli occhi di quel ragazzo già facevano paura ora figuriamoci tra qualche anno. La sala si ammutolì all'istante.
Con difficoltà prese la parola uno della commissione, cercando di essere più loquace possibile e con un sorriso che puzzava di leccapiedi:
" Scusi, bel bambino hai qualche richiesta per la famiglia che ti adotterà, noi qui vero faremo di tutto per comunicarle alla tua nuova famiglia."
" Aò, ma che stai a fà, me sembri un lecchino, in tutti i modi, io voglio anna da na famiglia potente e ricca artrimenti da qui non me movo."
" Va bene, va bene, disse l'uomo che sembrò inchinarsi e aggiuns:
" Questo vale anche per il tuo fratellino."
" Aò, questo vale solo per me, qui, sia ben chiaro ognuno deve pensà alla pellaccia sua."
Altri brividi nella sala e sempre l'uomo rivolgendosi a Remo:
" Anche tu vuoi una famiglia potente e ricca?"
" No comment." gli rispose Remo.
" Che cosa vuol dire no comment, che lingua è?"
" Vuol dire che non commento, a me sta bene tutto, dove vado vado e questa lingua è latinum-ingleshium."
Alla fine Romolo ebbe la sua famiglia potente e ricca. Per Remo invece le cose cambiarono, proprio perchè aveva tirato fuori quel latinum-ingleschium nessuno lo voleva più.
" Aò e se questo se mette a parlà sta lingua e chi lo capisce, che gle raccontamo? Aò e questo magari ce dice tutte parolacce, noi che famo?"
Dalla stanza si alzò una voce:
" Aò, lo prenno io er ragazzo."
Tutti furono felici perchè quando la voce avanzò per farsi notare era il vecchio saggio. Remo fu felice di questo e andò a vivere con lui in quella specie di baracca che nessuno sapeva come faceva a resistere.

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CAPITOLO QUARTO:

LA SCUOLUM ( CHE POI NEGLI ANNI PRENDERA' IL NOME DI SCUOLA.)

I due gemelli per la prima volta si ritrovarono a vivere da separati, Remo con il vecchio e Romolo andò in una casa di ricchi e potenti come desiderava.
Prima di varcare l'uscio della porta, Romolo fu molto chiaro: " Aò, chi sgarra me la pagherà, come se dice, omo avvertito mezzo salvato. Io sarò Re e Re deve essere."
In pratica Romolo incominciò a dettare le sue leggi e nessuno tentò di fermarlo, perchè la ricchezza e il potere facevano gola alla famiglia.
Diventò bravissimo nel gioco dei dadi che i riccastri ci lasciavano perizoma e sandali. Cioè specifichiamo meglio, i riccastri amavano quel gioco d'azzardo, dicevano che si annoiavano e così da ricco passavano direttamente a povero. Romolo aveva la magia nel tirare quei dadi, anche perchè li aveva truccati a meraviglia.

Remo apprendeva molto dal vecchio, soprattutto la cultura delle erbe. Con il vecchio andavano spesso per i campi a raccogliere erbe.
Vedi gli disse il vecchio:
" Questa è per medicare, quest'altra è per l'amore, ma ora è presto per te pensarci e questa è per annà in Paradiso."
" Che cosa è sto Paradiso."
Il vecchio arrotolò in un pezzetto di carta un po' di quella erba, poi con un dito prese un po' di colla in un barattolo e lo mise in una estremità del pezzetto di carta, così l'erba non poteva andare via e soddisfatto lo portò alla bocca, lo accese e prese un bel respiro, il fumo che uscì dalla bocca ben presto invase tutta la baracca:
" Questo se chiama e sarà sempre chiamato er cannone. Aò, assaggia, poi me sai a dì."
Remo fece un paio di tiri e sentì come del fuoco dentro i polmoni, poi:
" Aò, io non vedo niente."
" Te ce devi abituà, te ce vuole un po', poi avrai er paradiso, avrai le visioni."

Sì, il vecchio con quell'erba faceva esperimenti su se stesso, sul suo corpo. Più ne fumava e più le visioni apparivano. A volte credeva essere un'aquila, altre volte un leone, altre volte un mostro e via così dicendo.
" Aò, me piace de avè ste visioni, armeno nun sento le cavolate di sti uomini."
Il vecchio gli insegnò la filosofia, la matematica e soprattutto chi erano gli uomini, sì, perchè e non si capisce chi lo mise, era uscito un decreto che la scolarum doveva essere frequentata solo da scolarum ricchi.
Furono innalzate tanto le tasse per scoraggiare i poveri nemmeno a pensare di portarci i loro figli. Furono dimezzati i maestri:
" Di ricchi ce ne sono pochi che li teniamo a fare tutti questi maestri. Un'altra sistemazione la troveranno e se non la trovano so' cavoli loro, mica nostri:"

Romolo della scuola non ne voleva proprio sapere e dopo svariati giorni e notti tormentate a rosicare finalmente trovò uno stratagemma, mandarci il fratello tanto erano simili come a due goccie d'acqua e chi se ne accorgeva. Quindi di buon mattino si presentò davanti la baracca e iniziò a urlare:
" Aò, ah Remo, ah fracico, esci de fora che te devo parlà n'attimo.
Remo uscì e:
" Aò, che vuoi a quest'ora?"
Romolo cercò di essere il più gentile possibile, sapeva benissimo che Remo era la sua salvezza dalla scuola, come sapeva benissimo che al fratello le cose dolci gli piacevano da morire.
" Aò, t'ho portato du caramelle, so' bone, me dicevo, non vedo er mio fratellino da tanto tempo perchè le devo mangià io solo? E se queste du caramelline le mangiassi con Remo? E così ho fatto e son venuto da te."
Più passava il tempo e più l'esercito cresceva.

Romolo voleva appartarsi, aveva paura che potessero vederlo parlare con il fratello.
" Aò, nun c'è un posto, sì, insomma dove stamo da soli?"
" Entra in casa."
" Aò, ma nun ce sta er vecchiaccio lì."
" No, stamani s'è arzato presto, doveva annà cercà dell'erba nova per delle visioni nove."
" Aò, e che so' ste visioni?"
" Aò, lassa perde nun è roba per te, tu devi fare er Re."
" Aò, anfame prima o poi te strozzo."
Romolo cercò di stare il più calmo possibile, il suo obiettivo era un altro e doveva ad ogni costo portarlo a termine.
" Aò, bone ste caramelle vero?"
" Aò, sì, so' veramente bone, so' speciali."
" Aò, lo vedi er fratellino tuo come te vole bene."
" Già." Gli rispose Remo facendo una smorfia di dolore.
Romolo lo avrebbe ucciso all'istante, sospirò e:
" Aò, siccome so che a te la scolarum te piace, potresti prenne er posto mio che dici?"
" Aò, che ce sta dietro?"
" Aò, a mal fidato, che ce sta dietro? Nulla ce sta dietro, voglio er fratello mio istruito."
" Aò, io so già istruito c'ho er vecchio, me insegna tutto lui."
" Aò, sei de coccio però, a scolarum te istruiscono meglio e poi te posso da tanti di quei dolci."
Fu un vero tira e molla, alla fine e per questa volta vinse Romolo.
Il futuro Re di Roma frequentava solo la lezione di ginnasium ( poi nel tempo prenderà il nome ginnastica ) dove iniziò ad arruolare ragazzi per il suo esercito.
La cosa che faceva meraviglia che più il tempo passava e più l'esercito ingrandiva.

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CAPITOLO QUINTO

L'ANTICA CASSIA ( CHE POI NEGLI ANNI PRENDERA' IL NOME DI SULLA STRADA O ON THE ROAD, COME SI PREFERISCE CHIAMARLA ).

I due gemelli si apprestavano ad avere i loro 17 anni. Come abbiamo potuto notate da quel famoso giorno che furono lasciati dai lupi, le loro vite si erano separate.

Romolo oramai aveva il suo esercito e soprattutto ricchezza e poteri. Non trovava ostacoli, la nomina a Primo Re di Roma non gliela toglieva nessuno e se per puro caso qualcuno era intenzionato a farlo o a pensarlo sapeva quale fine avrebbe fatto.
Romolo comprava tutti e tutti, aveva l'arte del corrumpere nelle vene, ma si sa il denaro faceva gola a tutti. Vi erano dei minestrelli che facevano uscire notizie su dei papiri dove venivano riportate notizie del giorno, veniva chiamato quotidianum,Romolo li comprò tutti, a patto che veniva esaltato la sua immagine e che parlassero alla grande di lui e di tutto quello che faceva. Se vi erano minestrelli che osavano parlare male di lui, allora gli altri incominciavano una vera e propria campagna decrinatoria contro chi avesse osato fare un'ingiustizia simile.
Romolo aveva il suo entourage, li aveva addestrati così bene con il denaro che poteva solo ricevere un si senza un ma e se.
Per la gente comune, per la plebe era diventato quasi un messia e più stronzate faceva e più plebe gli credeva, soprattutto la bassa plebe.
Nessuno è mai riuscito a capire quanto amore gli veniva dato dai bassofondi, dove la fame era veramente fame.
Con i dadi oramai quasi tutta Roma gli apparteneva. Il paesone si era ancora più sviluppato era diventata una città.
Romolo aveva un difettuccio incominciavano a piacergli le donne. Il cervello era diventato solo sesso e sesso. Qualcuno lo mise anche in guardia:
" Aò a Ro', guarda che con le donne prima o poi se va a finì male."
Lui rimaneva freddo, impassibile anzi ne era altamente orgoglioso:
" Aò, ma che stai a scherzà, io sono il Re e faccio solo quello che dico io, siete voi artri a doverve inchinà, il Re va tutto quello che dice lui, artrimenti che razza de Re sarebbe?"
Era talmente ghiotto delle donne che incomiciò ad organizzare vere orgie a base de vino dei castelli e porchetta. Fu proprio lui l'inventore dell'amore libero in quei tempi. L'unico problema che ste donne volevano essere pagate. Eeeeeeee, e che problema c'era, lui essendo ricco e pieno di poteri pagare queste donne. Oltre a soldi ricevevano dei bei regali, le persone tolleravano, anzi applaudivano tutto questo, anzi faceva di tutto per partecipare a queste orgie.
I minestrelli poi con i loro papiri lo facevano vedere come un eroe, oramai la strada di diventare un Re era a due passi.
Aveva già tutto stabilito quando sarebbe stato incoronato. Dal più bravo fabbro della città si era fatto costruire una corona con perle e diamanti e dal sarto una tunica rossa e dorata, con la stoffa più ricercata e un mantello rosso che tutti avrebbero sognato. Il mantello rosso era ricamato con strisce gialle in oro.
Tutto questo lo rendeva un po' goffo, ma è anche questa la vita.
E il Re doveva sfoggiare tutta la sua grande e immensa ricchezza.

antica cassia.

 

CAPITOLO QUINTO

L'ANTICA CASSIA ( CHE POI NEGLI ANNI PRENDERA' IL NOME SULLA STRADA O ON THE ROAD, COME SI PREFERISCE CHIAMARLA ).

Di Romolo ne abbiamo parlato anche abbastanza, che cosa si potrebbe aggiungere, i Re si sussuegono e non lasciano mai traccia di se. I Re non hanno mai inventato nulla. La loro bramosia di denaro e potere spesso ci porta anche all'indifferenza totale. Morto un Re eccone un altro pronto con le solite caratteristiche e comportamento di quello precedente. Spesso mi chiedo se c'è qualche posto dove essi vengono stampati. Sì, è talmente uguale la loro mentalità che vengono fatti con lo stampino.
Forse è bene che continuo la storia.

Da poco il vecchio era morto e lo stato d'animo di Remo era molto doloroso. Gli aveva voluto un gran bene a quel vecchio che gli aveva insegnato che cosa erano gli uomini e soprattutto le erbe. Remo era convinto anche se non gli avesse insegnato nulla a quel gran vecchio gli aveva voluto un bene dell'anima.
Alcuni giorni prima di morire il vecchio lo chiamò:
" Aò, Remo, io me ne sto annà, ma non me spaventa la morte, anzi so perfettamente che sta vita può esse lunga e corta. Io l'ho avuta lunga ed è ora che me ne vado. Me ne vado contento perchè ho sempre vissuto da libero."
Remo ascoltava con emozione, cercando di soffocare le lacrime che gli scendevano sul viso.
" Aò, no, no, non devi piagne, che piagni a fa devi ride, devi ride perchè io so felice di annarmene, ho fatto tutto quello che dovevo fa in questa terra me mancava solo de fa questo, de morì. Ricordati figlio mio è vero io t'ho insegnato parecchie cose, ma sei tu che le devi decidere. Ricordati soprattutto che le cose che ho fatto sono valse per me e non vuol dire che vanno bene anche a te. La mia libertà l'ho vissuta ar modo mio, la tua la devi vivere ar modo tuo. Devi fa quello che te piace veramente e permettiti anche de sbaglià. Nessuno può insegnà a n'artra persona cosa sia giusto o cosa sia sbaliata, è la persona stessa che se lo deve giudicà. Aha n'urtima cosa non me portà ar cimitero, bruciame con tutte le erbe che conoscemo."

Dopo un paio di giorni il vecchio sospirò.
Remo passò due giorni ad accarezzargli le mani e il volto. Se avesse voluto un padre lo avrebbe voluto così, come il vecchio. Pianse per diversi giorni, lo aiutarono molto le erbe e aveva sempre la stessa visione, vedeva il vecchio che gli sorrideva e lo abbracciava, le erbe gli facevano sentire il corpo del vecchio che lo abbraciava. Avrebbe voluto gridargli tutto il suo dolore, tutta quella sua sofferenza, avrebbe voluto dargli la sua vita di giovine, ma sapeva che il vecchio avrebbe rifiutato questo. Non era questo che gli aveva insegnato e dentro la sua anima, dentro il suo cuore sapeva benissimo che nessuno si può sottrarre alla morte. Nessuno è in grado di cambiare il percorso della vita di un uomo. Se qualcuno fa questo è solo tirrania e questo i Re lo fanno.
Questo riusciva a calmargli la sofferenza, riusciva a capire che anche da morto il vecchio gli avrebbe dato consigli e soprattutto gli restava vicino.
Portò il corpo del vecchio in una foresta vicino l'ormai città, cosparse quel mucchietto di carne di erbe su erbe e infine gli diede fuoco. Mentre guardava quel fuoco disse:
" Ciao amico mio, grazie."
Aveva portato con se anche i papiri che il vecchio scriveva, erano le cose più care che lui aveva posseduto. Trovò un nascondiglio e li depose con molta cura che sia l'acqua o il fuoco o altre interpedie non li avrebbe distrutte.

Remo non voleva più stare a Roma, che senso aveva di stare in una città dove la gente era diventata ancor più egoista e frenetica. Dove la corsa al denaro era diventata l'unica cosa da fare calpestando tutto e tutti. Soprattutto dove oramai tra breve avrebbero osannato un Re che della libertà gli interessava solo la sua.
Era giunto il momento di esplorare altre terre, altri mondi e soprattutto se stesso, non era più un ragazzo, si stava facendo uomo.

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CAPITOLO QUINTO ( CONTINUAZIONE ).

L'ANTICA CASSIA ( CHE POI NEGLI ANNI PRENDERA' IL NOME SULLA STRADA O ON THE ROAD, COME SI PREFERISCE CHIAMARLA ).

Incominciava ad albeggiare quando Remo decise di allontanarsi da Roma. Scelse quel momento perchè le strade erano deserte, la gente dormiva, forse solo nelle reggie del futuro Re sicuramente c'era festa, ma di sicuro non erano intenti a guardare chi partiva o arrivava a Roma, avevano ben altro da fare.
Il suo pensiero andò a Romolo, ma subito lo scacciò via, era vero erano due gemelli, ma ognuno aveva scelto la sua strada.
Inizio così ad assaporare i primi bagliori di luce, il Sole rosso che spuntava dai colli, gli alberi che circondavano la città e soprattutto il profumo delle erbe. Aveva portato con se solo quelle dentro una bottiglietta. Chissà perchè il vecchio l'aveva chiamata Maria. Il vecchio aveva trovato l'ingegno di mettere Maria in una cartina e poi accenderla e quindi fumarsela, Remo andò oltre, aveva trovato un coccio a forma di cono allungato dove metteva Maria e poi l'accendeva. Il coccio marrone era di molto più comodo che portarsi dietro carte poi impiccolirle e poi incollarle. Il coccio era leggero non prendeva molto posto nella tasca della tunica, lo potevi mettere anche nel cinturione.
Sul coccio potevi anche ornarlo con dei disegni volendo, ma a lui piaceva così, era grezzo e marrone o poteva essere anche di color nero.
Lo aveva chiamato chissà come mai e perchè chilum e nessuno mai più gli cambiò nome.

C'era solo quella strada che partiva o arrivava a Roma. Era lunghissima, tutta diritta non una curva o qualcosa altro che ti dicevi:
" questa strada ti porta all'infinito ".
La strada tutti la conoscevano come Via Appia. Uno una volta per protestare contro i ricchi ci scrisse:
" Aò, questa è la Via Appia che porta tutti a Roma, ma sappiate che anche voi ricchi prima o poi ripartite da qui, ma dentro la cassa da morto."
Non si voltò mai per guardare Roma che si allontanava, ma sapeva che ci sarebbe tornato, amava molto il posto dove era cresciuto, amava la baracca del vecchio, amava le persone di tutto il quartire, gente semplice, povera, gente che si alzava la mattina presto per andare a lavorare la terra o a badare animali. Spesso lui si soffermava a parlare con queste persone dall'animo gentile e spesso ne traeva insegnamenti. Sapeva quando litigavano fra loro che erano altri che volevano la guerra dei poveri.
Era gente che doveva sopravvivere, l'unico neo che ci vedeva in queste persone che non riuscivano mai ad unirsi veramente. Spesso questa gente per sopravvivere deve vendersi. La sopravvivenza è dura per l'uomo che sa benissimo che se non ce la fa è la morte.

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CAPITOLO SESTO

LA NASCITA DEL VAGABONDAGGIO ( CHE POI PRENDERA' IN NOME DI " SULLA STRADA O ON THE ROAD, COME SI PREFERISCE CHIAMARLA ).

Roma oramai era lontana, aveva saputo che lo stavano cercando per mari e monti, lo cercava soprattutto suo fratello Romolo, che era diventato il primo Re della città e dintorni. Romolo lo voleva come centurione,sapeva che avendo Remo accanto avrebbe conquistato altri territori. Sapeva benissimo che il fratello aveva in dote la capicità della tattica, cosa che lui oltre la forza non andava.
Ogni volta che al re gli riferivano che non trovavano tracce di Remo andava su tutte le furie:
" Aò, come non se trova? "
" Non se trova Signore."
" Aò, cercatelo per mari e monti, foreste, ci saranno artri villaggi, artre case in giro?"
" Signore è quello che stiamo facendo da due anni oramai."
" Aò, e come lo fate?"
" E, e, e come lo famo?"
" Aò, ma che me state a prende in giro? Sì, lo so come lo fate, sieti lì e magari dite: Aò, mica per caso avete visto uno che se fa chiamà Remo? Poi magari ve scusate pure."
I generali oramai la canzoncina, quel sermone lo conoscevano a memoria, preferivano stare in silenzio e a testa bassa, sapendo che il Re era manesco avevano paura di prendere qualche ceffone.
I generali si erano fatti furbi, conoscendo il punto debole di Romolo cercavano di addolcire la medicina amara:
" Aò, Re dei Re, stanotte nella città è arrivato da Frascatum un carico di donne, ammazzate Aò, li mortacci loro, ce ne sono de figliole bellissime."
Un altro generale rincarava la dose:
Aò, ma che stai a di, bellissime? Re dei Re, queste arrivate stanotte so stupende, c'hanno er corpo da fata e nel viso c'hanno scritto: So na maiala, so fatta per le orgie io.
Romolo a questi discorsi non poteva resistere:
" Aò e me lo state a dì solo ora? Aò a scemi, sete de coccio, dovevate venì a svegliarmi, non ma posso mica perde sto spettacolo. Aò, va beh, per quanno riguarda er Remo, li mortacci sua che poi sarebbero i lupi, lassamo perde, anzi ve do un ordine, cominciate a brucià le case e i villaggi, anzi no, famo una cosa, se bruciamo tutto che ci rimane a noi artri, allora aumentate er tasse, famoli morì de pame a sti infami, poi staremo a vede se ce continuano a di che non hanno visto nessuno. Ora però annamo a vedè ste opere d'arte, ste bocche de rosa che so arrivate stanotte."
Tra se e se e sottovoce finiva sempre:
" Aò, non te fa piglià perchè so io che fine farai."

CAPITOLO SESTO ( CONTINUAZIONE )

LA NASCITA DEL VAGABONDAGGIO ( CHE POI PRENDERA' IN NOME DI " SULLA STRADA O ON THE ROAD, COME SI PREFERISCE CHIAMARLA ).

Roma e Romolo oramai erano lontani.
Remo ne fece di strada, conobbe nuovi monti e nuova gente, ma la sensazione era sempre quella di cercare, trovare qualcosa che lo facesse stare bene. Sì, era soddisfatto, ma a volte nei suoi pensieri arrivava come un fulmine:
" Aò, ma che sto cercando? Dove sto annando e perchè debbo annà."
Questo pensiero spesso lo faceva vedere come uno scoglionato, uno che non aveva nessuna voglia di sorridere o ridere, sentiva in quei momenti tutta la sua solitudine, il vecchio gli mancava. Il vecchio sapeva come farlo reagire, dentro di sè sapeva che ora era lui che doveva uscirne da solo. Le erbe lo aiutavano, ma non riuscivano del tutto a calmarlo. La notte incominciò ad avere incubi, sempre lo stesso sogno. Sognava la sua morte, sognava che il fratello lo pugnavalava a tradimento. Quando si svegliava di soprassalto era tutto un sudore, sapeva che Romolo lo odiava, ma non di arrivare a ucciderlo.

Vagava villaggi, praterie, monti, non aveva un obiettivo da raggiungere, il suo chiodo fisso di ricerca lo portava sempre più lontano. Lo portò così lontano dove le montagne sembravano toccare il cielo. Quelle montagne gli apparsero così belle e maestose, erano così tante, non riusciva a contarle per quante ne erano. Sembravano non finire mai, correvano lungo tutto l'orizzonte che le accarezzava, che si curava di loro. E quel manto bianco che copriva le loro cime era così bianco e nutriente come quel latte che una madre da al proprio bambino.
Il suo volto nell'avvicinarsi a quelle maestose montagne si illuminava sempre di più. Sentiva la sua anima aprirsi alle cime, aprirsi a quel grande spettacolo che vedeva.

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Fu proprio in una caverna che si apprestava a dormire e mangiare, più che altro fumare erba e bacche che aveva trovato d'improvvisò senti dei runori, lì per lì ebbe paura, ma poi quel nodo alla gola che gli si era formato lasciò lo spazio ad un altro nodo pieno di commozione e d'amore era un branco di lupi e subito tra questi animali riconobbe sua madre e suo padre. Sì, erano venuti per lui, lo avevano visto.
Fu un abbraccio commovente, fu un abbraccio di un bambino che gioca con gli animali.
I suoi genitori apparivano vecchi, ma erano in piene forze.
Il padre molto fiero gli disse:
" Aò, sti infami non ci hanno distrutti, semo ancora vivi. Sti stupidi de omini non gliela fanno a farci fuori. Semo na grande resistenza."
La madre con fare un po' brusco tolse la parola al marito e la buttò più sul personale e soprattutto sull'aspetto fisico:
" Aò, bello de mamma tua, ma come te sei ridotto? Sei così, così pallido, così, così magro, e poi e poi sti capelli così lunghi, sta barba, o' figlio de mamma tua e puzzi pure."
Il padre vedendo che la moglie gli aveva tolto la parola cercò di vendicarsi:
" Aò, e lassa perde, e lassalo in pace, perchè tu non puzzi? Ma che discorsi stai a fa? Io gle parlo de resistenza e tu te nesci fora con er capello lungo, la barba e che puzza?"
Rivolgendosi poi a Remo:
" Aò non darle retta, so femmine, so donne."
Gli altri lupi incominciarono a sgignazzare, infatti a fatica stringevano il muso per non far vedere i denti e si trattenevano a non rotolarsi per terra dalle risate.
Remo accarezzò entrambi.
Passarono una bella serata intorno al fuoco dentro quella caverna, parlarono di tutto, soprattutto come i lupi resistevano all'attacco degli uomini, la loro strategia era quella di attaccare prima di essere attaccati in branco e poi darsi alla fuga in piccolissimi gruppi o da soli per ritrovarsi in posti dove l'uomo non ci sarebbe mai arrivato.
Questa strategia per ora li stava salvando, ma sapevano che gli uomini erano tanti, che avevano eserciti e nuove armi a disposizione. Avevano costruite spade, pugnali, lance e scudi per ripararsi. I lupi più che le armi temevano l'idiozia degli uomini.
Poi il padre gli parlò di un villaggio:
" Aò è ancora molto lontano da quì, ci vogliono giorni e giorni, lune e lune di cammino. Questo villaggio sta crescendo ogni giorno di più, arriva gente da ogni angolo della terra, so' tutti strani, ce so menestrelli che cantano le loro storie dalla mattina alla notte, ce so persone che scrivono papiri e papiri, le parole che scrivono le chiamano pooeesie. Ce so donne e omini che fanno all'amore dalla mattina alla mattina dopo, omini che vanno con omini e donne che vanno con donne, lo chiamano l'amore libero non come quell'infame de Romolo che le paga tutte. Aò, la cosa buffa lì che so tutti squattrinati, non c'hanno un soldo, in pratica so tutti morti de fame."
Remo quella notte si addormentò con pace e gli apparve un sogno nuovo che prese il posto."
" Come si chiama questo villaggio " gli disse Remo a bocca aperta meravigliato.
" Aò, se chiama Berlinum, vacci."
" Certo che ci andrò."
" Aò, lungo la strada fatte un bel rifornimento de erbe, so sicuro che lì avrai un successone."
Poi il padre gli indicò come raggiungere il villaggio con minor tempo e soprattutto come evitare i pericoli.
Si addormentarono.
Come per incanto gli incubi cessarono da quella notte e il sogno si trasformò in un altro sogno dove vedeva un nuovo mondo che si costruiva e costruiva, vedeva uomini diversi di pelle e d'aspetto, vedeva molto, moltissimo denaro che giravano nelle loro mani, vedeva oggetti ognuno diversi dagli altri, ma il finale del sogno era come se tutto quello che gli uomini avevano costruito, creato veniva spazzato via con una indescrivibile facilità. Come quando il vento soffiando porta via le foglie dagli alberi.

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CAPITOLO SETTIMO

BERLINUM ( NEL TEMPO VERRA' CHIAMATA SEMPLICEMENTE BERLINO )

Ci volle del tempo per arrivarci, seguì alla lettera le istruzioni che i lupi gli avevano dato. Salire e scendere le montagne, attraversare pianure con acqua, gelo, neve e freddo non fu facile, ma alla fine ecco davanti ai suoi occhi che iniziarono a brillare di gioia il villaggio.
Sì, nelle sue vene sentiva di essere arrivato e soprattutto ora finalmente poteva vederla, poterla toccare con mano. Sì, la sensazione che quel villaggio era Berlinum e lo era. Il villaggio era molto grande, un vero e proprio paesone. Le case erano tutte fatte di legno e in molte di quelle case nella parete di entrata vi erano disegni fatti di ogni tipo di colore.
Le persone erano molto strane, soprattutto i giovani, vestivano in un modo particolare, avevano tutti i capelli lunghi, barbe corte e barbe lunghe e indossavano tuniche blu al massimo nere, questi giovani puzzavano da far schifo se ti ci avvicinavi. Beh era nel suo mondo.

Quello che lo attirava di più che c'erano bettole da ogni parte e ciascuna bettola portava un proprio nome: Qui culturam, la nuova culturum, la culturum è vitum e così via. Dal quel brillare di occhi passò allo sbalordimento più totale quando arrivò in una piazza grandissima. La maestosa piazza era colma di persone di ogni genere, vecchi, giovani, donne e bambini. Nella piazza c'era un enorme arco fatto di mattoni e marmo. Il suo colore era bianco e marrone scuro. La cosa che lo strabiliò ancor di più che proprio sotto l'arco a turno si esibivano menestrelli che suonavano o leggevano papiri e tutti erano ad ascoltare quello che veniva suonato o detto.
Vide che queste persone si passavano del pane fra di loro, e quando gli fu offerto da mangiare anche a lui non sdegnò affatto quel gesto perchè erano giorni e giorni che si era nutrito solo con frutti e bacche. Fu ben lieto di mettere quel pane sotto i denti e calmare il suo stomaco.

Fu a tardo pomeriggio quando il sole stava tramontando che decise di fumarsi un chilom. Il fumo non fece nemmeno in tempo ad innalzarsi nell'aria e nel cielo che fu attorniato da molti giovani. Parlavano una lingua diversa e lui non riusciva a capire cosa esattamente stava accadendo.
Fu un giovane a togliergli le castagne dal fuoco:
" Aò, che te stai a fumà?"
" Aò, se disturbo spengo."
" Aò, che sei matto, anvedi Aò, ma non vedi che noi artri volemo sapè
che roba è, perchè non ce ne offri un pochetto."
" Aò, certo, certo." E così fece, non avendo però dove mettere l'erba, incominciarono a passarsi lo chilom, gli uni con gli altri.
Fu un vero successo, da quel momento tutti i giovani e non lo cercavano, tutti erano impazziti per quelle erbe.
In una bettola più tardi ritrovò quel giovane che gli aveva parlato in piazza, fecero una grande amicizia.
Il giovane si chiamava Corsum ed era di Roma anche lui.
" Aò, ah Remo so scappato da Roma appena ho compiuto gli anni, non ne potevo più de mia genitori e de quella città."
" Aò, è molto che sei qui?"
" No, non è molto che so arrivato e chi ce torna più a Roma, poi ora a li mortacci sua che c'è er Re è meglio, ma molto meglio starsene quà."
Corsum gli disse che era un menestrello e che viveva alla giornata, non era il denaro a farlo felice, ma la sua libertà.

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CAPITOLO SETTIMO ( CONTINUAZIONE )

BERLINUM ( NEL TEMPO VERRA' CHIAMATA SEMPLICEMENTE BERLINO ).
LA NOTTE.

Gli ci volle poco a Remo di integrarsi a Berlinum. Tutti lo cercevano per le sue erbe diventate oramai famosissime. I padroni delle bettole gli davano tutto gratis: mangiare, bere e dormire perchè dove andava riuscivano a fare il pienone. Dovettero attrezzarsi per fare osterie più grandi. I giovani si radunavano a flotte nelle osterie. La grande e magnifica piazza era sempre il loro punto di riferimento, ma quando incominciava il buio tutti andavano a dormire soprattutto in inverno che ci si moriva dal freddo. La musica stava cambiando ora tutti aspettavano la sera e la notte per vivere.
Remo con le sue erbe cambiò radicalmente il loro modo di vita. Il giorno si dormiva o si bivacchiava nella piazza e la notte via nelle osterie fino a quando non si crollava dalla stanchezza.
Spesso i giovani andavano a vedere l'alba che appariva nell'immensa piazza.
I menestrelli davano il meglio di se nella notte con le loro pooeesie e con strumenti musicali.

Passavano i giorni e le lune tutto sembrava tranquillo in una bettola una notte Remo e Corsum trovarono altri romani.
Furon ben lieti di ritrovare loro paesani, ma le notizie che questi portavano non erano affatto buone:
" Aò, semo dovuti scappà da Roma."
" Aò e come mai?" disse Corsum.
" Aò, è quell'infame der Re, sta mettendo Roma e dintorni in ginocchio."
Un altro giovane dall'apparenza sveglia continuò:
" Aò, sto zozzo sta mettendo tutte tasse, manca solo quella per respirà, Aò e se t'azzardi a di quarcosa sei morto."
" Già er Re." Rispose con tristezza Remo."
Il giovane sveglio riprese la parola:
" Aò, cor er pretesto de cercà er fratello sta ad affamà tutti, sto zozzo."
" Il fratello è lui!" Gli disse Corsum."
" Aò, e allora sta attento perchè a li mortacci sua te sta cercà per mari e monti."

In effetti era vero.
Romolo non si dava pace nella ricerca del fratello.
IL vento aveva portato voci che dicevano che oltre le grandi montagne Remo stava conquistando fama.
Era furioso il Re:
" Aò, m'becilli, che state a fa? Io più lo cerco, più non lo trovo, e più quell'infame diventa famoso? Ma che stemo a scherzà. Qui de famoso in tutta sta terra ce deve essere uno solo, e quello uno solo so io:Romolo er primo Re de Roma."
Talmente che rosicava gli scappò;
" Quasi, quasi mo' la brucio sta città."
" Ma...ma o'Re, un giorno forse quarcun altro lo farà, ma ora che la stemo a costruì, che stamo a diventà famosi anche noi artri non se po' bruciarla."
Il coro dei generali fu unanime:
" No...no...non se po' brucia?"
" Aò, io voglio la testa de quell'infame ve do un artro po' de tempo poi passo all'azione."
Anche il loro sospiro fu unamime.

Le pooeesie, la musica si stava diffondendo a vista d'occhio. Sia di giorno che di notte affluivano giovani da tutte le parti, tutti vestiti con quelle tuniche blu o nere, tutti con i capelli lunghi e le barbe. Nella maestosa piazza tutti i giorni vi era musica, coloro che scrivevano pooesie vennero chiamati pooeetum, vi erano giocollieri di ogni sorta, ma le regine della piazza e della notte erano le erbe di Remo. Tutti oramai si radunavano a sera nelle bettole, erbe a volontà, vino e una bevanda, che facevano nelle campagne di Berlinum, che chiamavano birrum o biondum, poichè il suo colore era giallo.

Passavano i giorni e le lune e fu così che una notte Remo sognò un paesone che diventava un'enorme città, una grandissima piazza e degli uomini che stavano costruendo un grandissimo lungo muro. Sognò una grande guerra tra uomini e quel muro che li doveva dividere.
Lanciò un urlo a risveglio, sì aveva sognato Berlinum.
Quel sogno non lo lasciò più e così una notte disse ai suoi amici:
" Devo tornare a Roma."
" Aò che sei pazzo." Gli gridò Corsum.
" No, amici è tempo che io torni a Roma. Dobbiamo diffondere tutto quello che abbiamo visto e fatto in questa oramai città, prima che verrà divisa."
" Aò, ma che stai a di, che c'hai le vision?"
" Sì, ho visto una grande guerra e in questa uomini che costruivano un grande e lungo muro che divideva gli uomini. Ho visto persone che piangevano, ho visto gente che voleva scavalcare il muro fatta fuori atrocemente."

Gli amici di Remo restarono muti, in silenzio, non sapevano cosa dirgli. Il racconto che aveva fatto sembrava vero, tutto era così vero.
Fu Corsum a riprendere la parola in piena commozione:
" Aò, sì Remo, se devi annà è questo er tuo destino e nessuno può decidere er destino de n'artro uomo."
" Sì, amico mio, devo annà e così è scritto. Un'ultima cosa vi chiedo, dobbiamo trovare un nome a tutto quello che semo riusciti a fare quì."
Si misero di puzzo buono a trovare il nome, ci vollero dei giorni, ma alla fine lo trovarono.
" Lo chiamero movimentum perchè se movemo e semo proprio tanti." Disse Corsum.
" Aò ce vole la parola battere, battere er tempo, come er tempo de la musica." Disse un altro.
" Aò, ce sono, ce sono." Urlo Remo con gli occhi brillanti di gioia e continuò;
" La parola che cercamo deve per forza comincià con la lettera B, battere, dovemo accorciarla, ma battum non sa ne nulla, state a sentì come sona bene questa: Beatum come sona bene e poi noi che semo? Semo una generazionum, quindi ci chiameremo beatum-generazionum. Che ve pare?
Silenzio totale e poi come per incanto ci fu l'applauso liberatorio.

Tra pianti e abbracci Remo partì da Berlinum, si assaporò tutto quello che vedeva, sapeva cosa lo aspettava e quindi cercò di viversele tutte le emozioni che le montagne, le pianure gli procuravano.
Le sentinelle avvertirono Romolo che alle porte di Roma finalmente avevano preso suo fratello.

MA A NOI QUESTO NON CI IMPORTA, NON C'IMPORTA COME IL FRATELLO LO ASSASSINO' PERCHE' REMO E' TUTT'OGGI VIVO. E' VIVO NEI NOSTRI CUORI E NELLE NOSTRE ANIME. LUI E' VIVO E CONTINUA A VIVERE DOVE LE MONTAGNE TOCCANO IL CIELO. IL SUO SPIRITO LIBERO CI APPARE OGNI QUALVOLTA SUBIAMO UN'INGIUSTIZIA.

Beat Generation

UN SINCERO RINGRAZIAMENTO VA A TUTTI COLORO CHE LEGGERANNO QUESTA STORIA.
E' POSSIBILE CHE CI SARANNO DEI CAMBIAMENTI O ANCHE LA POSSIBILITA' CHE LA STORIA VERRA' PIU' ESTESA, BEH VEDRO'PIU' IN LA.
QUANDO IO SCRIVO...SCRIVO DI GETTO. FORSE FACCIO MALE O FORSE FACCIO BENE, NON LO SO, VA BENE COSI'. OGNUNO DEVE SCRIVERE COME SA. NON CI SONO SCRITTORI CHE INSEGNANO A SCRIVERE E SE CI SONO STATENE ALLA LARGA.
GRAZIE.

FINE.